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Castello del Catajo

Castello del Catajo Il Castello si presenta come una struttura massiccia, arroccata tra il colle alle sue spalle e il canale che vi scorre davanti; l’aspetto esterno lo rende simile ai castelli medievali ma la ricchezza delle decorazioni interne rispecchia il gusto elegante e raffinato dell’epoca rinascimentale. Duplice era la funzione dell’edificio: fornire alloggio temporaneo ai soldati di PioEnea e fare da cornice adeguata a sontuosi ricevimenti per ospiti illustri.

Dal portale d’ingresso, trasformato in arco di trionfo dal marchese Tommaso, si accede al Cortile dei Giganti, così chiamato per le grandi figure che ne decoravano le pareti;  fu spesso utilizzato per rappresentazioni teatrali (molto amate dagli Obizzi) e tornei, anche di tipo acquatico, poiché la parte bassa poteva essere riempita d’acqua e quindi diventava lo spazio ideale per piccole naumachie. L’edificio che chiude il cortile a ovest in origine ospitava le scuderie, che costituivano un vanto per il prestigio dei cavalli custoditi; in seguito fu trasformato in teatro che nell’800 fu sostituito da un oratorio dedicato a San Michele, tuttora presente.

Ingresso al Castello del CatajoDi fronte all’ingresso, si nota la maestosa fontana dell’Elefante fatta erigere da Pio Enea II nella seconda metà del XVII secolo; con le sue figure mitologiche (Bacco e il corteo di satiri e baccanti) unite all’animale esotico (elefante) e inserite all’interno di una grotta, la fontana costituisce una particolarità nel panorama veneto e si avvicina piuttosto ad esempi centroitaliani  (come le fontane medicee di Villa Castello). Del resto gli Obizzi avevano stretti rapporti con l’Emilia e la Toscana, sia per interessi economici che per rapporti personali con importanti famiglie di quelle zone.

Di fronte al cortile iniziano le scalinate esterne, costruite in modo da permettere la salita a cavallo; ai lati della prima rampa di scala troviamo le due fontane del Medoacus Maior (fiume Brenta) e Medoacus Minor (fiume Bacchiglione). Appena più sopra si notano, opposte tra loro, la fontana raffigurante Cerbero e quella dell’ Aquila. Ci troviamo qui di fronte ad un portico a grottesche, tipica decorazione rinascimentale che riprende motivi dell’arte romana riportati in luce dagli scavi archeologici intrapresi in quell’epoca. Il portico introduce alla parte più antica del castello, la casa di Beatrice, cioè la palazzina che la famiglia Obizzi possedeva già dal 1400 e che venne poi inglobata nella successiva costruzione del castello; la introduce All’interno della casa di Beatrice è conservata una pietra con una lapide che ricorda un tragico evento: nel 1654 Lucrezia Dondi Dall’Orologio, moglie di Pio Enea II,  mentre si trovava nel suo palazzo di Padova venne assalita e uccisa da un uomo. Le sue spoglie vennero tumulate nella Basilica di Sant’Antonio e in sua memoria il Comune pose un busto nel Palazzo della Ragione; il marito fece portare al Catajo la pietra insanguinata tolta dal pavimento della stanza in cui avvenne l’omicidio. Sulla parete di fronte alla lapide è posta un’iscrizione del letterato padovano Sperone Speroni (1500-1588) che tesse le lodi del castello.

Dal portico si accede alla scala interna, che consente di osservare come la costruzione si arrampichi sulla viva roccia del colle; il castello infatti non è semplicemente addossato alla collina, ma alcune stanze e corridoi sono stati ricavati scavando nella roccia stessa. Alla base della scala troviamo il busto della vecchia Gabrina, probabilmente una cortigiana vissuta a palazzo nel 1600; l’iscrizione posta sopra la figura, volutamente difficoltosa da leggere per i caratteri irregolari, doveva attirare i curiosi per poi bagnarli con uno spruzzo d’acqua (tuttora funzionante..). Attraverso alcune rampe di scale e corridoi si giunge al piano nobile; da qui la scala a chiocciola diventa più stretta e le pareti sono dipinte a finte balaustre e colonnati aperti su un cielo sereno, nel tentativo di rendere più arioso lo spazio ristretto I due piani superiori erano destinati un tempo alle stanze da letto; il primo piano conserva affreschi di G. Bernardino Bison (autore anche dei copricamini del piano nobile), mentre le pareti dell’ultimo piano sono decorate da carte geografiche di alcune città italiane e del bacino mediterraneo.

La salita al piano nobile può essere effettuata anche attraverso la scala esterna, passando sotto la fontana di Cerbero; in questo modo si giunge alla grande terrazza, da cui si gode uno splendido panorama sui Colli Euganei, sui vari giardini di cui è ricco il complesso e sul Parco delle Delizie. In particolare si può osservare  il piccolo giardino su terrazzamento adiacente alla casa di Beatrice, a ridosso del canale; è possibile ancora individuare tracce della sua struttura rinascimentale tripartita ed è visibile il canaletto di drenaggio scavato nella pietra, intervallato da piccole conche circolari.

La terrazza occupa l’intera superficie della sottostante casa di Beatrice e presenta agli angoli quattro garritte che contribuiscono a dare un’aria militaresca al castello, benché avessero soltanto una funzione decorativa (una garritta conteneva la campana dell’oratorio esistente nella casa di Beatrice); i grandi vasi visibili su di un lato servono a mascherare i camini che salgono dall’edificio inferiore. Da qui si ha modo di notare come il complesso si articoli su più livelli, che sfruttano il declivio collinare; il corpo centrale del castello comprende tre piani, dei quali il piano nobile era destinato ai ricevimenti e gli altri due piani ospitavano le stanze private.  L’edificio in origine era decorato anche all’esterno con grandi medaglioni raffiguranti scene di guerra, tra cui la battaglia di Lepanto (1571) che annoverò tra i suoi protagonisti lo stesso Pio Enea, ideatore del castello.

Salone Castello del CatajoDalla terrazza si accede al piano nobile e in particolare al grande salone affrescato, nel quale spicca l’albero genealogico della famiglia Obizzi, dal capostipite Obicio I fino al costruttore del castello Pio Enea. Inizia in questa stanza il ciclo pittorico, che comprende quaranta riquadri raffiguranti le gesta dei diversi membri della famiglia Obizzi nell’arco di quattrocento anni. Gli affreschi, mai restaurati,  furono realizzati tra il 1571 e il 1573 da Giambattista Zelotti su progettazione di Giovanni Betussi, storico e letterato bassanese che ideò l’opera e ne fece anche oggetto di un suo trattato. In un periodo storico in cui era acceso il dibattito sull’origine e la natura della nobiltà, ogni famiglia nobile era impegnata a dimostrare l’anzianità e i meriti della propria stirpe e tale compito era in genere affidato alla penna di storici e scrittori. E’ questo l’incarico che Pio Enea affidò al Betussi, il quale propose al suo committente la realizzazione di un ciclo storico di affreschi. Le pareti ci restituiscono quindi immagini di battaglie terrestri e navali, episodi delle crociate, consegna di onorificenze… tutti episodi volti a dimostrare il valore degli Obizzi; anche le uniche due scene in cui compaiono figure femminili si inseriscono perfettamente in questo contesto celebrativo, in quanto rappresentano matrimoni che sancirono legami con famiglie prestigiose. I riquadri sono numerati seguendo l’ordine cronologico degli eventi e sono accompagnati da due iscrizioni, una in italiano e l’altra in latino; motivi floreali diversi in ogni stanza racchiudono le diverse scene.

In tutte le stanze sopra le finestre campeggiano gli stemmi delle diverse famiglie, soprattutto del nord e centro Italia, a cui gli Obizzi erano legati da amicizia o parentela; sopra le porte invece troviamo figure allegoriche, perlopiù femminili.

I soffitti, originali, sono in travi in legno decorate; in alcune sale sono ricoperti da tele dipinte ad olio. Nel salone principale troviamo rappresentate le tre forme di governo: la democrazia (Roma), l’aristocrazia (Venezia) e la monarchia (la Chiesa cattolica); attorno alla prima sono le cause della sua caduta (Avarizia e Discordia), mentre Venezia e la Chiesa sono circondate dalle Virtù che le caratterizzano (Prudenza, Concordia, Pace, Clemenza..). Viene quindi manifestata chiaramente  la posizione politica degli Obizzi.

Qui come nelle altre stanze troviamo un grande camino, chiuso da porte lignee decorate con tempera su tela , opera settecentesca del pittore friulano G. Bernardino Bison.

Sulla parete accanto al portone d’ingresso (rivestito da una tela dipinta) si nota la mancanza di parte degli affreschi; ciò è dovuto ad un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, destinato alla vicina ferrovia ma che provocò danni anche al castello.

Seguendo l’ordine cronologico degli eventi raffigurati, dal salone si passa alla sala dei Papi; ogni sala del piano è dedicata ad una potenza dell’epoca per sottolineare il legame degli Obizzi con le famiglie importanti di quel tempo. Sopra la porta d’ingresso di ogni stanza è raffigurato lo stemma, attorniato da figure allegoriche, della famiglia a cui è dedicata la sala. La scena dominante sopra il camino rappresenta il matrimonio tra Luigi Obizzi e Caterina Fieschi, nipote del papa Innocenzo IV che celebrò personalmente la funzione (1251); è una delle scene più belle del ciclo, in cui la mano dello Zelotti  si rivela particolarmente felice nelle figure femminili, molto vicine a quelle del Veronese.

La sala seguente è detta di Ferrara ed è dedicata agli Estensi, famiglia alla quale gli Obizzi furono sempre molto legati e che ereditò il castello stesso. Accanto alle scene di battaglia, sulla pareste sinistra troviamo due episodi di vita cittadina: la costruzione del ponte di San Giovanni delle Navi (tuttora esistente, ma rifatto in epoca successiva) a Padova,  a cui sovrintende il podestà Guglielmo Malaspina Obizzi (1285), e l’assassinio, a Lucca, di Obizzo Obizzi da parte di alcuni congiurati (1300). In questo riquadro il protagonista indossa il tipico abbigliamento di un notabile del suo tempo, mentre in tutte le altre scene i personaggi vestono secondo la moda del ‘500, indipendentemente dall’epoca in cui vissero. La tela sul soffitto rappresenta la battaglia simbolica del Tempo con la Menzogna.

Si torna nel salone per passare nell’ala  dove continua la narrazione con episodi del 1300 e 1400. La prima sala è piuttosto piccola, era una semplice stanza di passaggio e viene detta della Prudenza e della Pace in riferimento alle allegorie che ne decorano le sovrapporte.

Si passa quindi nella sala di San Marco, chiaramente dedicata alla Repubblica di Venezia, esempio di governo illuminato e giusto. Sopra il camino è raffigurato un episodio di particolare prestigio per la storia degli Obizzi: nel 1336 Tommaso riceve da  re Edoardo III d’ Inghilterra l’investitura a Cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera per il contributo dato nella guerra contro la Scozia.

Il ciclo dello Zelotti si conclude nella sala di Firenze, dove campeggia lo stemma dei Medici. L’ultimo riquadro ricorda il matrimonio (1422) tra Antonio Obizzi e Negra dei Negri, ricchissima ereditiera padovana, che portò in dote allo sposo terreni e palazzi in città ma soprattutto la proprietà di campagna all’interno della quale verrà successivamente eretto il castello. La grande tela sul soffitto rappresenta la vittoria della Virtù sul Vizio sottomesso.

Tra la sala di San Marco e quella di Firenze si nota una piccola stanza, ricavata nel 1600 da un precedente loggiato e affrescata probabilmente da Gabriele de Rossi, modesto pittore bolognese che continuò la storia della famiglia con episodi del ‘500 e ‘600. Una porticina introduceva nell’unico servizio igienico del castello; coperta da una tela si trova un’altra porta, che dà su uno stretto corridoio in parte scavato nella roccia.  Da questa stanza si accede al Giardino della Duchessa, realizzato nel XIX secolo sulle pendici del colle, a ridosso del Castel Nuovo (a ovest dell’edificio principale) e caratterizzato dalla presenza di cipressi secolari, tra i quali si snoda un sentiero a serpentina che introduce al Parco Daini, usato un tempo come riserva di caccia e tuttora dimora di decine di daini.

Giardino Castello del CatajoDi fronte al castello si estende il grande Parco delle Delizie: in origine conteneva solo alberi da frutto, ma nel 1600 fu modificato da Pio Enea II con l’introduzione di vasi di agrumi lungo i viali principali, di un bosco d’olmi, di un labirinto in bosso e di una peschiera rettangolare. Ricami in bosso all’ingresso rappresentavano le insegne della Repubblica Veneziana, Stato Pontificio, Estensi e Medici, le potenze cui sono dedicate le sale interne. L’impostazione attuale del parco risale al periodo tra ‘700 e ‘800, quando Tommaso, esperto di botanica, tolse le siepi in bosso per sostituirle con un giardino botanico e piantò le magnolie, da poco introdotte in Europa. A quel periodo risale anche la maestosa sequoia lungo il viale principale, al temine del quale si innalza il monumento funebre a Barbara Querini, moglie di Tommaso, morta molto giovane dopo soli due anni di matrimonio. Accanto alla peschiera si nota una vasca ovale, costruita dai Duchi di Modena  come piscina; molti degli arredi marmorei del giardino furono asportati in epoca asburgica.

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